
Scritto da Patrizia Maria Bianco.
La libertà non è solo una condizione fisica. Essere liberi di muoversi, di andare dove ci pare, di fare quello che si vuole e quando si vuole, di dire quello che vogliamo e quando lo vogliamo. Poter fare tutto questo può sembrare libertà ma di fatto è soltanto la piccola punta di un iceberg. In realtà, questo tipo di libertà è soltanto una mera illusione. Di fatto questo tipo di libertà non ha, realmente, niente a che fare con la vera libertà. Allora se questa non è libertà, che cosa è questa libertà? La libertà è prima di tutto una condizione mentale. In primo luogo ci si sente liberi dentro. E non c’è prigione al mondo che possa rinchiudere una libertà del genere.
Ne sono prova la vita di persone come Nelson Mandela e Josei Toda ad esempio. La libertà è in primo luogo l’innata capacità di scegliere che ha l’essere umano, riguardo al modo in cui vuole pensare e a ciò in cui vuole credere. Partendo, appunto, dalla consapevolezza del modo in cui pensa attualmente, l’essere umano può, consapevolmente e intenzionalmente, cambiare la direzione dei propri pensieri, delle proprie credenze e del proprio atteggiamento mentale. La fede cieca, ad esempio, non è mai una buona maestra di vita.
Coltivare, per contro, un forte spirito di ricerca mirato a sviluppare e condurre uno stile di vita coerente basato sulla consapevolezza che deriva dall’approfondimento della conoscenza e della saggezza, può essere un percorso di fede vissuto in prima persona. Quel tipo di esperienza personale diretta di fede che eleva le persone e le rende veramente libere.
Per quanto riguarda Nelson Mandela sicuramente conoscerai la sua storia, dopo 26 anni di carcere è stato il primo Presidente della Repubblica del Sudafrica libero dal Apartheid. E un paio di mesi fa è uscito nei cinema “Invictus”, un film che mette in luce il pensiero di questo grande uomo e statista. Se non lo hai visto ti consiglio di vederlo perché ne vale veramente la pena.
Oggi, invece, io scelgo di parlarti di Josei Toda. Durante la II Guerra Mondiale, l’educatore Buddista Giapponese Josei Toda fu incarcerato per non aver accettato le imposizioni dottrinali e le ideologie Shintoiste del regime militarista Giapponese dell’epoca. Oltre ai maltrattamenti e le pesanti privazioni subite durante i due anni di carcere, il signor Toda perse tutto quello che aveva. Le sue imprese fallirono, i suoi attivi finanziari si trasformarono in debiti gravosi. Il lavoro della sua vita fu completamente distrutto, sua moglie e suo figlio erano costantemente esposti ai rischi che purtroppo la popolazione civile corre in tempo di guerra.
Ma nemmeno la gioventù di Josei Toda era stata risparmiata da altre dure prove. Le amare lacrime piante stringendo fra le sue braccia per tutta una notte il corpicino senza vita della sua bimba di pochi anni morta a causa di una malattia, subito seguita dalla morte della sua adorata prima moglie e poco dopo anche da quella di suo padre. Eppure quest’uomo non ha permesso alla vita di piegarlo.
Tutto questo lo aveva portato, già allora, a riflettere sul significato della vita e della morte degli esseri umani. Col sincero desiderio di trovare una risposta al profondo dolore, l’agonia che aveva provato a causa della perdita delle persone che amava, si era avvicinato al Cristianesimo prima e, in seguito al culto del Budda Amida (Nembutsu). Ma non trovò convincenti le loro argomentazioni. Sentì quindi la necessità di proseguire nella propria ricerca interiore.
Questa ricerca lo ha condotto al suo mentore Tsunesaburo Makiguchi e al Buddismo di Nichiren Daishonin. Entrambi furono arrestati durante la II Guerra Mondiale per essersi opposti al militarismo. Durante la prigionia si ritrovò nuovamente a vivere delle esperienze dolorose ed avendo per natura una mente portata per lo studio di argomenti scientifici e per la matematica, gli riusciva difficile credere in qualcosa che non fosse razionalmente comprensibile. Tuttavia fu proprio in carcere che gli accadde di vivere un’esperienza spirituale intensa e profonda dal quale scaturì in lui uno stato vitale vasto e forte, una condizione vitale che non aveva mai sperimentato in precedenza.
Te la racconto in una sintesi di brevi stralci presi dal libro “La Rivoluzione Umana” (vol. IV – Esperia Edizioni). Scrive Daisaku Ikeda a proposito dell’illuminazione in carcere del suo maestro Josei Toda: “… Continuò a recitare Daimoku, sforzandosi in ogni modo di avvicinarsi al significato autentico della parola entità. Si immerse in una profonda meditazione […] Ormai aveva perso del tutto la cognizione del tempo e quasi non ricordava dove fosse. Fu all’improvviso.
La parola ‘vita’ attraversò la sua mente in un lampo. […] ‘Il termine entità non può riferirsi altro che alla vita! Se capiamo questo fatto, niente è più velato dal mistero‘. […] Si alzò in piedi. Non si accorse del freddo e non riusciva a rendersi conto di che ora fosse. Cominciò a respirare con un po’ di affanno, sentendosi pervaso da una gioia infinita, e camminò avanti e indietro senza sosta. La cella era microscopica. La percorse in su e in giù, completamente immerso nelle sue riflessioni. Aveva i pugni serrati e la schiena diritta. ‘ Il Budda è la vita, ma anche una espressione della vita. Non esiste al di fuori di noi, ma proprio nella nostra vita. No, esiste anche al di fuori di noi. È la vita stessa dell’Universo. Ogni individuo possiede in sé la natura di Budda e noi possiamo farla emergere recitando Daimoku davanti al Gohonzon.‘ Voleva urlare a gran voce, far sapere a tutti ciò che finalmente aveva compreso. Ebbe la sensazione che la sua piccola cella si aprisse verso lo spazio infinito. […] Ora sentiva di aver davvero compreso che cosa fosse l’entità del Budda; era finalmente conscio del misterioso funzionamento della vita, dotata di un flusso eterno che trascendeva il passato, il presente e il futuro. […] Questa conclusione era chiara, ma Toda sentiva di doverne dare dimostrazione in modo incontrovertibile.[...]L’ambiente intorno a lui era assolutamente privo di compassione, Toda non era altro che un detenuto arrestato in tempo di guerra.
Tuttavia, benché la sua salute fosse minata dalla denutrizione, egli rifiutava di venir meno agli obiettivi che si era prefissato. Al limite delle forze, era dimagrito in modo impressionante e i vestiti addosso a lui sembravano appoggiati su una gruccia; nondimeno egli recitava Daimoku senza esitare. […] A cosa stava pensando? Forse era preoccupato per i suoi affari, dato che aveva saputo di essere sull’orlo del fallimento, o piuttosto era assalito dall’ansia di poter uscire al più presto di prigione. La sua famiglia che attraversava momenti difficili, poteva rappresentare un’altra causa di preoccupazione; d’altra parte anche il suo amato maestro si trovava nello stesso carcere.
Ma in realtà nessuno di questi pensieri lo angustiava. Se c’era veramente una preoccupazione, questa era il darsi una spiegazione del significato del quindicesimo capitolo del Sutra del Loto, intitolato Emergere dalla Terra, su cui si era soffermato per diversi giorni. Ormai quelle frasi si erano impadronite di un angolo della sua mente. […] Si sentiva pervaso da una profonda gioia di vivere, completamente immerso in un turbine di piacevoli sensazioni di pace e serenità, che avevano liberato completamente il campo da ogni altro genere di pensiero. […] Improvvisamente, prima che se ne accorgesse, Toda si ritrovò nel mezzo di un’enorme folla, forse simile ai granelli di sabbia di sessantamila fiumi, intenta a venerare il Dai Gohonzon. Non era un sogno né una visione, e Toda ebbe la sensazione che fosse durata per qualche secondo, ma poteva essersi trattato di minuti o di ore.
Fu per Toda un’occasione unica, un’esperienza concreta che provava per la prima volta. Sentì il suo corpo attraversato da fremiti di gioia ed egli, gridando a se stesso che non c’erano dubbi su quanto aveva provato, ebbe la netta sensazione di aver preso parte a quella cerimonia. Dopo qualche istante ritornò in sé e si accorse di dov’era, nella sua cella in un mattino di Novembre. Rimase profondamente colpito da quell’esperienza e non riuscì a trattenere le lacrime che scorrevano incessanti. […] Si sentì avvolto completamente da una sensazione di serenità immensa. […] La gioia che provava lo faceva sentire quasi in preda al delirio. […] In un’altra cella della stessa prigione Tsunesaburo Makiguchi giaceva malato.
L’età lo aveva indebolito e i diciotto mesi di stenti gli causavano grandi sofferenze, Egli fu trasferito all’infermeria del carcere il 17 Novembre 1944 e morì il giorno seguente […] Toda fu rilasciato sulla parola il 3 Luglio 1945 […] ‘Trascorsi due anni in solitudine, rinchiuso in una cella microscopica a causa di un’accusa priva di fondamenti, ed ebbi l’opportunità di meditare a lungo. Dopo molti mesi di riflessioni giunsi a intuire quale fosse la spiegazione del mistero della vita umana, […] La profonda questione della vita umana non può essere spiegata con dei giochi di parole, dato che non è affatto semplice e banale. Troppo spesso la gente si accontenta di facili argomentazioni, mentre io sento la necessità di offrire una risposta autentica a coloro che ricercano ardentemente la verità. In sostanza ritengo che la risposta alle mie domande fosse celata nel profondo del mio essere e desidero quindi parlare della filosofia della vita che mi ha permesso di risvegliare me stesso.
Toda si era risvegliato alla sua missione. […] aveva raggiunto i quarantacinque anni. La cosa gli richiamò alla mente il fatto che, durante l’era Meiji in cui era nato, vigeva l’uso di dividere la vita umana in decadi, secondo una categorizzazione formulata da Confucio: ‘Libero da certezze a quarant’anni, a cinquanta conosci il volere del cielo’. Toda, a quarantacinque anni, non apparteneva a nessuna delle due categorie, ma le aveva acquisite entrambe nello stesso momento: ‘Libero da incertezze cinque anni dopo e conscio del volere del cielo cinque anni prima‘.